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8mar/101

L’Antropologo

Prima di qualsiasi discorso è bene sottolineare che oggi, almeno in Italia, la figura dell’Antropologo non gode di nessuna posizione chiara e definita. In realtà non esiste, non esiste un albo ne una conoscenza reale di ciò che una figura simile può fare. Gli unici impieghi per i quali è tollerata la presenza di questi professionisti è nel campo didattico, di alcuni corsi di laurea o master.

Con la metodologia d’intervento Antropologico è  possibile penetrare nel profondo di una cultura portando alla luce tutto ciò che resta celato ad ogni analisi superficiale o quantomeno legata a soluzioni meramente quantitative.

Operando in modo attento è possibile giungere alla conoscenza degli aspetti peculiari, ma anche di affinità, che caratterizzano e per certi versi avvicinano i diversi gruppi sociali.

Questi aspetti non sono null’altro se non i medesimi punti trattati come argomenti d’analisi dai “Classici”, durante i numerosi anni di studi che li hanno visti occuparsi delle popolazioni mondiali.

Alla stregua di questi antropologi è necessario giungere alla conoscenza di quegli elementi quali la religione, le credenze, l’organizzazione sociale, le leggi, i costumi e quant’altro guida la vita di un popolo.

Tutto ciò è fondamentale per formare figure che apportino un contributo concreto ed efficace, ma soprattutto affinché lo studio delle società non resti un bagaglio unicamente nozionistico.

In apparenza questa operazione sembra di facile attuazione, poiché dai numerosi scritti nel campo socio-antropologico resta evidente che un gran numero di studiosi riesce a cogliere le articolate sfaccettature dei differenti gruppi umani.

Il punto di discussione è proprio questo.

Le repentine e profonde trasformazioni che hanno coinvolto tutte le società chiedono la nascita di una figura che sappia offrire soluzioni valide e concrete ai problemi che inevitabilmente si propongono. Società e gruppi umani differenti, anche radicalmente, sono oggi sempre più vicini e partecipi di una stessa realtà.

Risulta, quindi, evidente che operazioni standardizzate non consentono ai “Messaggi” di essere recepiti e assimilati dai diversi gruppi, per poi essere rielaborati e trasformati in azioni utili.

La questione, inoltre, non si limita alle diversità che intercorrono tra gruppi differenti, ma si allargano anche a quei sottogruppi che compongono e articolano ogni gruppo etnico.

La figura che può rispondere a queste esigenze è di certo quella capace di assimilare gli insegnamenti che giungono da decenni di studi, per approntare una metodologia operativa che tenga conto degli aspetti socio-antropologici, ma anche di quelli psicologici che sottendono i gruppi sociali ed i singoli individui all’interno di questi stessi gruppi.

Nel momento in cui, di fatti, s’intende interagire, per qual si voglia motivo, con una cultura differente da quella del soggetto o dei soggetti agenti bisogna necessariamente fare i conti con tutti gli aspetti menzionati nelle pagine precedenti, quali la religione, le credenze, i costumi, etc.

Essi modellano un popolo e possono creare barriere insormontabili, se sottovalutati o superficialmente analizzati.

La figura che fino ad oggi ha dimostrato di porre maggiore attenzione verso questi capisaldi socio-culturali è di certo quella dell’Antropologo. Attraverso una metodologia d’intervento attenta alla multidimensionalità dei gruppi umani è possibile dimostrare come l’interazione tra gruppi diversi possa e debba avvenire attraverso procedure di conoscenza e affiancamento e non utilizzando tecniche invasive.

E’ chiaro, quantomeno necessario, che il sapere antropologico sia integrato da conoscenze che giungano da altre discipline in testa alle quali ci sono di certo quelle sociologiche e quelle degli studi di Psicologia.

In conformità a queste premesse è possibile pensare ad una figura che sappia districarsi nelle società del terzo millennio, alle quali restano ancora attaccate antiche culture.

E’ fondamentale però che tutto ciò non sia trascinato nel vortice sterile del mero nozionismo.

E’ necessario che questa metodologia divenga operativa e che la figura dell’antropologo venga anch’essa vista, compresa e resa concretamente operativa.

Pensare di far divenire ciò possibile significa prendere atto del fatto che queste “figure” devono, oggi, allontanarsi dall’idea che le vede protagoniste lontano dal proprio gruppo etnico, unicamente a studiare e cogliere le peculiarità di popoli sconosciuti o quasi sconosciuti.

Il nuovo socio-antropologo può curare aspetti, risolvere problemi e pianificare interventi, che aiutino, guidino le attività del proprio gruppo e non solo. Operazioni, queste, che di solito sono affidate a soggetti che posseggono conoscenze sommarie ed inadeguate.

La metodologia d’intervento antropologico mostra a chiare lettere come un’analisi asettica nella quale gli individui sono visti in un’ottica meramente soggettiva conduca molto spesso ad incongruenze “inaspettate” nel concreto articolarsi della realtà.

Le risposte che un soggetto o più soggetti elaborano alla somministrazione di stimoli indotti nelle situazioni sperimentali offrono dati relativi o quantomeno apprezzabili solo in determinati rilevamenti.

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Commenti (1) Trackback (0)
  1. Davvero un bell’articolo, complimenti! Condivido in pieno il rischio del nozionismo puro per questa professione


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